La fine dell’ERP secondo McKinsey: la corsa all’AI e le fondamenta che mancano
- Redazione

- 27 mag
- Tempo di lettura: 3 min
A maggio 2026 McKinsey ha pubblicato un articolo dal titolo netto: “La fine dell’ERP come lo conosciamo”. La tesi è che l’intelligenza artificiale cambierà i sistemi gestionali in modo radicale — non si discute se, ma quanto in fretta.
I numeri che catturano l’attenzione sono diversi.
Le aziende che hanno già integrato l’AI nei propri gestionali riportano +5% di redditività o più.
I tempi di implementazione di un gestionale si riducono di circa il 50%, con la progettazione che passa da 6-9 mesi a 2-3, il lavoro di test ridotto di circa l’80%, la formazione fino al 90% in meno. Anche le personalizzazioni possono essere sviluppate molto più rapidamente.
Ma nello stesso articolo c’è un altro numero forse più importante per chi guida una PMI, 3 progetti su 4 deludono le promesse
McKinsey osserva che solo il 25-35% dei programmi tecnologici raggiunge i risultati attesi. Il restante 65-80% sfora budget o tempi. Tre progetti su quattro, in altre parole, non si concretizzano come previsto.
Perché? Perché si aggiunge tecnologia sopra fondamenta che non reggono. L’AI, per produrre valore, ha bisogno di una base di dati pulita e coerente sotto. Senza quella base, anche l’investimento meglio intenzionato si disperde.
E questo non è un’intuizione esclusiva di McKinsey: è buonsenso e logica. Tant’è che lo stesso quadro era già leggibile, mesi prima, nei numeri sulle imprese italiane.
Il quadro era già nei dati ISTAT di dicembre
A dicembre 2025 l’ISTAT ha pubblicato il report “Imprese e ICT – Anno 2025”, che noi avevamo già ripreso e commentato sul nostro blog. Fotografava esattamente la tensione di cui McKinsey parla oggi, con un focus sulle PMI italiane.
Da un lato, la corsa all’AI: l’uso di tecnologie di intelligenza artificiale nelle imprese italiane è raddoppiato in un anno, dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025 (era il 5% nel 2023). Le aziende investono, sperimentano, comprano.
Dall’altro, le fondamenta che non tengono il passo. Lo stesso report mostrava che solo il 48,8% delle PMI usa un ERP; sul CRM il divario è ancora più netto, fermo al 21,1%. E quasi il 60% delle aziende che avevano valutato un investimento in AI ha rinunciato per mancanza di competenze adeguate.
La sintesi che traemmo allora era questa: la crescita è quantitativa, non qualitativa. Si comprano strumenti, ma in poche aziende esiste la struttura — un gestionale che integra davvero i processi — capace di farli rendere. McKinsey, cinque mesi dopo, descrive lo stesso fenomeno su scala globale: tanta tecnologia in cima, troppo poche fondamenta sotto.
Cosa significa per un’azienda della moda
Nella moda il problema è ancora più evidente. Il ciclo di vita del prodotto è brevissimo e mette sotto stress tutta la macchina: la quantità di dati da generare — collezioni, varianti, taglie, colori, costi — e la capacità di gestirli in modo efficace, stagione dopo stagione, a ritmo serrato.
Il punto è semplice: puoi mettere tutta l’intelligenza artificiale del mondo sopra la tua azienda, ma se i dati non parlano tra loro stai solo automatizzando il disordine.
Da questa convinzione nasce BRANDTOSTORE
BRANDTOSTORE nasce esattamente da qui. Showroom, magazzino, negozi, fatturazione, prodotto e amministrazione non sono isole da collegare con ponti fragili: vivono nella stessa piattaforma, sullo stesso catalogo, sulle stesse anagrafiche clienti. Un solo posto dove guardare. Una sola verità sui numeri.
E proprio perché ne siamo convinti, oggi investiamo in nuova tecnologia per rendere quella base ancora più veloce, più ricca di funzioni e più semplice da usare. Non per inseguire la moda dell’AI, ma per costruire le fondamenta su cui l’AI, domani, produrrà davvero la maggiore redditività di cui parla McKinsey.
Vale anche un altro principio dell’articolo: ha poco senso costruirsi soluzioni su misura per ogni processo, quando gran parte del lavoro quotidiano deve solo funzionare bene e in modo standard. Dove il processo genera vero valore — il prodotto, il modo di vendere — la personalizzazione è fondamentale. Dove è solo un passaggio formale, conviene semplificare e velocizzare.
Cosa cambia per chi decide
Il vantaggio, per un titolare, non è tecnico: è concreto. Quando il venditore raccoglie un ordine, quell’ordine è già pronto a diventare consegna e fattura. Quando il negozio vende, la contabilità è già aggiornata. Quando lo stile disegna un nuovo capo, la produzione lo vede subito. Quando arrivano gli estratti conto, sono già allineati ai tuoi conti.
Significa sinergia: informazioni condivise e coordinate, dai negozi ai mercati esteri, dal primo schizzo alla banca. Decisioni prese su dati certi, in tempo reale, su tutto il giro.
La vera lezione
L’ERP cambierà, su questo McKinsey ha ragione. Ma il primo passo non è l’intelligenza artificiale: è avere tutto in un posto solo, con i numeri che parlano la stessa lingua. I dati ISTAT lo dicevano a dicembre, McKinsey lo conferma a maggio. È la differenza tra essere nel 25% dei progetti che mantengono le promesse e nel 75% che le tradisce.


